Francesco Florimo e la traslazione a Catania delle ceneri di Vincenzo Bellini nel 1876

A sinistra: la maschera di Bellini tratta a Puteaux dallo scultore Jean Pierre Dantan nel 1835; a destra, quella che fu tratta a Catania nel 1876 dallo scultore Salvatore Grimaldi (Da Il Museo belliniano – Catalogo storico-iconografico di Benedetto Condorelli, 1935)

 

di Carmelo Neri*

 

Ricorre quest’anno il centocinquantesimo anniversario della traslazione in Italia dei miseri resti di Vincenzo Bellini, deceduto nel 1835 a Puteaux, un sobborgo parigino. Per portare a termine quel pietoso rimpatrio si dovettero aspettare quarantuno anni, e tale ritardo fu causato da guerre, sconvolgimenti politici, gravi epidemie e altri eventi sfortunati. Fallì anche un tentativo nel 1866, allorquando, come attesta la copia legale di una «dichiarazione della famiglia Bellini», custodita nell’Archivio di Stato di Catania, le autorità francesi, interpellate, avevano subordinato la consegna del defunto all’invio di un “atto di consenso” dei familiari. In seguito la nostra Ambasciata a Parigi, sollecitata dal Governo italiano, ottenne il benestare per la “Traslazione”, e lo fa intendere quanto si legge in queste poche righe pubblicate a Catania ne «La Gazzetta del Circolo dei Cittadini», n. 150, 21 maggio 1876:

CENERI DI BELLINI – Il Governo francese ha confermato il decreto imperiale che permette il disseppellimento delle spoglie di Bellini; e quel permesso si trova in potere della Legazione Italiana, per consegnarlo ai Delegati di Catania, che si recheranno a Parigi per riceversi le care ceneri dell’illustre nostro concittadino.

Poiché il progetto era già realizzabile, il Comune di Catania incaricò una Commissione di illustri cittadini di andare a Parigi, e, con scelta felicissima, si volle che ne facesse parte il calabrese Francesco Florimo, compagno di studi a Napoli e amico fraterno di Vincenzo. Con lui, fin da quando nel 1827 si trasferì in Lombardia “per far carriera”, si mantenne in assidua corrispondenza epistolare, e gli fu sempre prodigo di aiuti e di consigli; in quegli stessi anni scambiò molte lettere anche con Saverio Mercadante, un altro insigne compositore di melodrammi, che, in data 19 settembre 1831, gli scrisse: «Non mi dimenticare nemmeno per un giorno, altrimenti ti maledico». Ciò basti a far comprendere quanto fosse apprezzata e desiderata l’amicizia di Florimo.

Nato a San Giorgio Morgeto, in provincia di Reggio Calabria, il 10 ottobre 1802 (la data del 12 ottobre 1800 finora indicata nei suoi profili biografici è sbagliata!), nel 1876 l’anziano bibliotecario del Conservatorio di Napoli stava per compiere settantaquattro anni, e proprio a questo periodo della sua vita possiamo assegnare il ritratto qui riportato, che lo mostra un po’ stempiato e un po’ dimagrito. Allo scrivente è stato segnalato con squisita cortesia dal Dott. Giacomo Maria Oliva, col benestare per la divulgazione del proprietario Giuseppe Raco, un suo cugino, anch’egli discendente del Sangiorgese.

Ritratto di Francesco Florimo (Collezione di Giuseppe Raco)

L’eccessiva lunghezza dei viaggi, dapprima da Napoli a Parigi, poi da Parigi a Reggio Calabria, e in ultimo via mare da quest’ultima città fino a Catania, e ancor più l’età avanzata, spesso corteggiata dagli acciacchi della vecchiaia, avrebbero dovuto distogliere il buon Florimo da un’avventura tanto rischiosa; invece, appena ricevette una lettera datata 23 agosto 1876, con l’invito ad andare in Francia come membro della Commissione anzidetta, accettò e partì subito.

In quel foglio il sindaco Francesco Tenerelli comunicò agli interessati la seguente “avvertenza”:

[…] ognuno dei componenti la Commissione potrà muovere per proprio conto dall’attuale sua residenza alla volta di Parigi, dovendosi trovare colà il giorno 10 dell’entrante Settembre, chiedendo ivi l’indirizzo dell’Albergo scelto dalla Presidenza ove dovranno riunirsi i membri della Commissione.

Francesco Tenerelli, sindaco di Catania
dal 28 novembre 1875 al 10 dicembre 1876

Partito dal capoluogo campano alle ore sedici del 29 agosto con un treno a lunga percorrenza (ne esistevano già con vagoni-letto e con servizio di ristorante), arrivò a Torino nella sera del 30, dopo aver percorso circa 900 chilometri; dovendo ripartire il mattino successivo, trascorse la notte in quella città e prese «stanza al grande Albergo di Torino», ovvero nel lussuoso Grand Hotel de L’Europe, in Piazza Castello, dove alloggiarono scrittori come Stendhal, Balzac, Dumas, Melville e Twain. Giorno 31 si trovò di nuovo su un treno, che, dopo tre ore di marcia, preannunciato da «pochi squilli di tromba», si addentrò nel traforo del Moncenisio, inaugurato nel 1871. Con i suoi tredici chilometri questo tunnel metteva in apprensione i passeggeri, poiché in quelle infernali gallerie i fumi di scarico delle locomotive a vapore tendevano a penetrare nelle carrozze, e, per non arrivare a destinazione con i vestiti sporchi di fuliggine, occorreva mantenere i finestrini ben chiusi. Ma Florimo ebbe un diverso motivo di turbamento, e asserì: «la traversata [durata circa mezz’ora – ndr] in quella oscurità perfetta mi scosse, e fecemi provare certo panico timore».

Il resto del tragitto si svolse senza alcuna contrarietà, e, venerdì 1° settembre 1876, dopo circa 750 chilometri, rivide Parigi per l’ottava volta. Vi era stato nel 1867, e in precedenza il 23 settembre 1851, quando tornò a Napoli portando una rosa, che conservò in una busta, sulla quale annotò: «Presa vicino alla Tomba del mio Caro Bellini». Arrivato per primo, ebbe tempo sufficiente per incontrare vecchi amici, e qualche giorno dopo conobbe il marchese Antonino Paternò Castello di Sangiuliano, uno dei delegati, giunto da Catania con la moglie Enrichetta Statella, venuta per dividere «col marito le fatiche del pio pellegrinaggio». A questa giovane nobildonna dedicò la Translazione [la grafia ora in uso è “traslazione” – ndr] delle ceneri di Vincenzo Bellini, pubblicata a Napoli nel 1877; questo lavoro, ristampato a Firenze con tagli e varie modifiche nel 1882, divenne parte integrante del suo famoso volume Bellini – Memorie e Lettere.

Poiché era opportuno contattare al più presto un’impresa di onoranze funebri per far preparare un sontuoso trasporto del feretro dal cimitero di Père-Lachaise fino alla stazione di Lyon, della trattativa si occuparono lo stesso Florimo, il marchese di Sangiuliano e il principe Filangieri di Satriano, storico e collezionista di opere d’arte, che abitava in quella capitale, ed era anch’egli un membro della Commissione.

 

Il principe Gaetano Filangieri (1824-1892)
Il marchese Antonino Paternò Castello di Sangiuliano (1852-1914)

Il loro operato fu poi «non solo approvato, ma elogiato» dagli altri delegati, riuniti in un albergo giorno 10 settembre sotto la presidenza del principe Enrico Grimaldi di Serravalle; in tale circostanza, tutto fu predisposto con cura affinché la consegna di quanto era rimasto dell’immortale operista avvenisse con regolarità e con la proficua assistenza dell’Ambasciata italiana, che fu presente “al gran completo” a tale cerimonia.

Costantino Resmann, diplomatico italiano a Parigi

Florimo, ammirando l’eccezionale bravura del giovane Costantino Resmann (Trieste, 1832-Parigi 1899), che, come sostituto dell’ambasciatore Enrico Cialdini, riuscì a superare alcune “difficoltà” che sembrarono insormontabili (Translazione…, ed. 1882, pp. 165-166), ha sentito il dovere di rendergliene merito con queste parole:

          Il cav. Ressmann, che rappresenta l’Italia in assenza del generale Cialdini, e alle cui cure in gran parte si devono l’ordine e le onoranze che si resero alla memoria di Bellini, cooperò moltissimo pel lustro di questa cerimonia, e resesi utilissimo per appianare le difficoltà, che, senza il suo intervento, difficilmente si sarebbero potute vincere.

Giorno 13, al fine di accertare lo stato di conservazione del sepolcro di Bellini, si fece intervenire un operaio per effettuare scavi. L’intera cassa di legno apparve ridotta in “frantumi”, e Florimo ha riferito quanto segue (Translazione…, ed. 1882, p. 162):

         […] Là un operaio stava già smovendo il suolo sacro che ne copriva il feretro; la terra levata di sotto il monumento, che si volle lasciare intatto [con funzione di “cenotafio” – ndr], era gettata dalle due parti, e già potei scorgere i frantumi della prima cassa di legno rósa dal tempo.

Tale controllo permise di verificare che il rivestimento interno di metallo aveva ben protetto il corpo imbalsamato nel 1835. Col telegramma qui trascritto dalla p. 347 del libro di Antonino Amore, Vincenzo Bellini – Vita Studi e Ricerche, edito a Catania nel 1894, il principe Grimaldi ne diede avviso al sindaco Tenerelli:

Parigi, 13 – Esumazione venerdì (15), partenza sabato – Grande cerimonia con intervento autorità, ambasciata, notabilità artistiche, politiche, letterarie – Forse interverrà truppa – Credesi Thomas, Barbier, Maquet, pronunzieranno discorsi – Cominciati scavi, feretro ottimo stato.     

Il 15 settembre ci fu la consegna dopo la ricognizione del cadavere, che fu rinchiuso in una cassa nuova; il dottor Vito Bonato stese «il processo verbale della constatazione», e la bara con le spoglie fu benedetta «coi riti religiosi in mezzo al raccoglimento universale».

A sinistra: la maschera di Bellini tratta a Puteaux dallo scultore Jean Pierre Dantan nel 1835; a destra, quella che fu tratta a Catania nel 1876 dallo scultore Salvatore Grimaldi (Da Il Museo belliniano – Catalogo storico-iconografico di Benedetto Condorelli, 1935)

Seguirono vari discorsi che il Sangiorgese nella sua commovente rievocazione di quei fatti ha voluto trascrivere affinché i posteri ne avessero notizia. Avvenne anche che in uno storico dipinto di cm 95×135 il pittore Giuseppe Lorenzo Gatteri riprodusse «con la più diligente rassomiglianza» un’immagine di quella cerimonia, che durò dalle ore dieci alle dodici circa alla presenza di personalità politiche e militari, e di semplici cittadini. Osservando tale quadro da sinistra a destra, si riconoscono: 1) il barone Rosario Currò junior, che tiene il cappello con la mano sinistra; 2) alle sue spalle, il principe Enrico Grimaldi; 3) Gaetano Ardizzoni, un po’ distanziato, alle spalle del presidente; nel suo discorso affermò che molta gratitudine era dovuta alla «nobile terra di Francia», che aveva ospitato Bellini con molta generosità, e ne aveva accresciuto la gloria; 4) alla sinistra di Grimaldi, Lisandro Desideri, comandante delle guardie municipali di Catania; 5) Antonino Paternò Castello di Sangiuliano, dietro il barone Currò; parlò per primo, e in francese; 6) Rosario Currò senior, padre del precedente, intento a commemorare Bellini, che aveva conosciuto a Catania nel 1832; 7) alla destra del sacerdote, Costantino Resmann, allora giovane diplomatico d’Italia a Parigi; 8) Francesco Florimo, raffigurato mentre asciugava con un fazzoletto le lacrime non trattenute per la forte emozione nel rivedere dopo quarantaquattro anni «la spoglia umana» del suo amico; 9) alla sua sinistra è forse il maestro Pietro Platania; 10) la marchesa Enrichetta.

Codesto dipinto, che fu in possesso della famiglia Currò, si trova ora nel Museo Teatrale Carlo Schmidl di Trieste, e il Museo Vincenzo Bellini di Catania ne conserva un ingrandimento fotografico, che fu donato intorno al 1930 dal «Comm. Cesare Cambiaggio Currò»; è però da precisare che l’esistenza del quadro era già nota fin dal 1901, perché in quell’anno una riproduzione fu inserita a p. 276 del volume Omaggio a Bellini nel primo centenario della sua nascita. È logico pensare che Gatteri abbia avuto un compito tanto impegnativo da Rosario Currò, che, nato ad Acireale, era andato via dalla Sicilia nel 1836, e, dopo aver vissuto per alcuni anni a Catania, fissò a Trieste la sede della sua fiorente attività mercantile, che gli permise di diventare ricchissimo e padrone di due bastimenti. La città etnea, grata per gli abbondanti aiuti da lui ricevuti durante un’epidemia di colera nel 1867, che causò più di tremila morti, gli dedicò una piazza nel centro storico, e nel 1876 lo nominò membro della Commissione mandata a Parigi. Del benemerito barone piace qui riportare le ultime parole che pronunziò nel cimitero di Père-Lachaise:

[…] Ed ora, onorevoli concittadini ed amici, v’invito a portare sulle nostre braccia sino al funebre carro, che li aspetta, quei cari, preziosissimi avanzi, che vigili custodiremo sino alla terra che a sè li chiama, dove, a perenne sonno composti, li additeremo al mondo siccome gloria tutta nostra; dove, prostrati dinanzi alla tomba che li racchiude, noi ed i figli nostri cercheremo ispirazioni al bello, al vero, al sublime, di cui quel grande fu cultore e maestro.

La cerimonia di consegna della salma di Bellini nel dipinto a olio di G. L. Gatteri. La persona che parla ai presenti è il barone Rosario Currò (Trieste – Museo Teatrale Carlo Schmidl)
Autoritratto di G. L. Gatteri (1839-1884)
Litografia ottocentesca del sepolcro di Bellini nel Père-Lachaise. Nel 1876 l’angelo “dolente”, scolpito dal torinese Carlo Marochetti (1805-1867), esisteva ancora, e ne dà conferma il dipinto di Gatteri. Deterioratosi, qualche anno dopo fu tolto
La bara, che, confrontata con quella del quadro, si presenta un po’ difforme e provvista di maniglie (Dal vol. “a Vincenzo Bellini nel bicentenario della nascita l’Archivio di Stato della sua Città natale offre” – Catania, 2001)

 

Ciò che accadde nella capitale francese, e altrove nei giorni successivi, che si conclusero col rimpatrio delle ceneri e con solenni festeggiamenti a Catania, sono narrati con maggior quantità di particolari nella cronistoria di Florimo, che resta la principale fonte d’informazione per gli studiosi. Senza il suo dettagliato resoconto, ignoreremmo molto su quel leggendario avvenimento, benché i quotidiani e i periodici dell’epoca se ne siano occupati in numerosi articoli. Ne fu testimone anche Jacopo Caponi (Folchetto), corrispondente da Parigi del Fanfulla della Domenica, “settimanale politico letterario”, a cui trasmise varie cronache riguardanti Bellini, inclusa la seguente, datata 19 settembre 1876:

             Verso l’una il feretro fu alzato sopra un magnifico carro funebre a otto cavalli; seguito da una folla considerevole, in mezzo a due file di soldati che l’onoravano, l’imponente corteggio si diresse alla stazione di Lione [cioè: quella che conduceva a Torino, passando per Lyon – ndr], traversando quartieri popolari, in mezzo a un numero immenso di operai e operaie che da ogni punto brulicavano per vederlo. All’una e mezzo giunse alla sua prima meta, ove si compiè l’ultimo atto ufficiale, apponendo l’ambasciata i suoi sigilli sul triplice nastro tricolore che lo ravvolse.

Antica foto della Gare de Lyon che collegava Parigi all’Italia

Oltre a lavoro di Florimo, le descrizioni più complete dell’intera vicenda sono due: quella di Antonino Amore, che si legge nei capitoli “Translazione”, “Attraverso l’Italia” e “Apoteosi” del volume sopraindicato, e quella, impreziosita con l’aggiunta di rare fotografie (di cui alcune fornite dal maestro Ascanio Bazan, pronipote del Catanese), che fu compilata da Giuseppe Giuliano sotto titolo “1876” nel citato Omaggio a Bellini. Sulle straordinarie “feste belliniane” e sulla grandissima esultanza di una folla immensa che accolse nella città natale gli avanzi del suo figlio più illustre è ben noto uno scritto del quindicenne Federico De Roberto (1861-1927), apparso il 15 ottobre 1876, sul n. 51 de «L’Illustrazione Italiana».

Dopo la partenza da Parigi alle ore otto del 16 settembre, il treno col trasporto funebre alle nove di domenica 17 arrivò a Torino, dove Bellini si era trovato di passaggio in diligenza nel 1833, diretto a Londra e ignaro del suo crudele destino. Tale presenza fu così annunciata a p. 212 della «Gazzetta Piemontese» di giovedì 11 aprile 1833:

– Stranieri giunti a Torino: Giuditta Pasta, virtuosa di canto, di Milano, da Milano; D. Vincenzo Bellini, maestro di Musica, di Catania, da Milano, avviati a Londra.

Nella città della Mole il musicista catanese, uomo incline alla raffinatezza e alla distinzione, trovò non solo ottimi amici ma anche un certo Festa, che divenne il suo sarto di fiducia. Lo conobbe nel mese di ottobre 1829, quando vi soggiornò per una settimana, e gli fece prendere le misure del suo corpo «per tutti i vestiti», come si apprende da una sua lettera ad Alessandro Lamperi, datata 7 febbraio 1831. Pertanto è assai probabile che sia lavoro di Festa la redingote ora esposta nel prestigioso Museo del costume, allestito nel castello di Donnafugata, in provincia di Ragusa.

La redingote in “panno beige” di Bellini (Mudeco – Museo del costume – Donnafugata, Ragusa)

Di tale soggiorno si parla in un’altra cronaca della «Gazzetta Piemontese», n. 132, del 3 novembre 1829, p. 783, così redatta:

Il Maestro Vincenzo Bellini, di Catania in Sicilia, allievo di composizione del rinomato Zingarelli nel R. Conservatorio di Napoli, ha passato alcuni giorni in questa Capitale, ed i Membri della nostra Accademia Filarmonica si recarono a bella premura di dimostrare in qual conto e’ tenessero il celebrato Autore del Pirata e della Straniera. Non essendo questa la stagione de’ pubblici concerti fu tuttavia invitato ad assistere all’esercizio della scuola di Canto, nel quale gli Allievi delle due Classi eseguirono varii pezzi concertati dell’Oratorio della Creazione del Mondo di Haydn con accompagnamento di cembalo e di doppio quartetto. Il Maestro Bellini applaudì più volte ai giovani Cantanti durante l’esecuzione, e, da quel gentile che egli è, rivolse dopo di essa amorevoli parole di incoraggiamento e di lode, accompagnate da ottimi consigli, che mostrarono essere lui ben degno di quel nome che, che nella sua età di appena ventitrè [in verità, ne compiva ventotto – ndr], già suona con gloria in ogni parte non solo d’Italia, ma nelle rive altresì della Senna, di lodi agli stranieri non prodiga. Festeggiato inoltre dagli Accademici durante il suo soggiorno, ricevè prima di partire il diploma di Accademico Onorario conferitogli dal Consiglio dell’Accademia.

Poiché a Torino bisognava attendere quasi un’intera giornata prima di riprendere il viaggio, trattandosi forse di una sosta concordata nel programma di viaggio, d’intesa con le principali autorità cittadine fu deciso di collocare il feretro su un alto catafalco nell’anticamera della “Sala del dazio” nella stazione di Porta Nuova. Vi si recò per visitarlo un’enorme quantità di persone, e ci furono alcuni discorsi; il sindaco Felice Rignon, che parlò per primo, esordì affermando che nei tempi tristi in cui l’Italia, «oppressa e divisa», non aveva voce fra le nazioni «il genio dell’Arte mantenne l’onore della nostra terra, acquistandole gloria e simpatia nel mondo civile».

Torino – Stazione Porta Nuova (Da L’Illustrazione Italiana (Milano, Anno III, n. 50/1876, p. 305)

I componenti della Commissione, trascorsa la notte nell’albergo più prestigioso della città (lo stesso dove aveva dormito Florimo nella notte fra il 30 e il 31 agosto), lunedì mattina, 18 settembre, furono di nuovo in stazione, pronti a salire su un «treno speciale, detto Salon», noleggiato dal Municipio di Catania e a loro riservato. Si unì alla comitiva, per rappresentare il Comune di Torino nella città etnea, l’anziano conte Carlo Corsi di Bosnasco (Nizza Monferrato, 1798-1885), assessore di quella giunta municipale, e senatore del Regno. Partirono in realtà su un convoglio composto dall’unione di due gruppi di veicoli: il primo, più corto, era formato dal carro chiuso col feretro e da due o tre carrozze arredate con lusso per uso della Commissione; il secondo era quello solito, con qualche dozzina di carrozze, che ogni giorno, esclusi forse i festivi, circolava fra il Piemonte e la Puglia.

Cartina delle «strade ferrate» in Italia nel 1870. Non ne esistevano fra la Campania e la Calabria, e mancavano circa duecento chilometri di rete fra Taranto e Reggio

Ciò ha fatto intendere in modo implicito Florimo, a p. 193 della Translazione… (ed. 1882), scrivendo che a Massafra, nella tratta da Bari a Taranto, scese dal treno

[…] un abitante di quella pittoresca cittaduzza, il quale aveva viaggiato con noi, si avvicinò al vagone della Commissione e fece le scuse per il Comune di Massafra, che non era informato del passaggio delle ceneri illustri.

Tra le fermate di servizio ricordate dal Sangiorgese fu quella di Bologna, dove il treno intorno alle tre di notte fu ricevuto dal prefetto Luigi Gravina (1829-1910), di origine catanese; ma, data l’ora tarda, la sosta fu breve. A Bari, dove si giunse nella serata di martedì 19, l’accoglienza fu calorosa e davvero indimenticabile per le tante cerimonie che vi si svolsero. Poiché si ripartì il giorno dopo alle quattordici e trenta, è da credere che si approfittò di tale intervallo per far riposare i delegati in un albergo. Appena fu disponibile la prima corsa diretta in Calabria, le vetture che scortavano il carro funebre, già staccate dal convoglio d’arrivo, furono agganciate alla locomotiva e alle solite carrozze di pubblico servizio nel percorso fra il capoluogo pugliese e Reggio Calabria.

Intanto la nave Guiscardo rimaneva ancorata (non se ne ha certezza, ma è molto probabile) nel porto di Taranto, aspettando dal Ministero competente istruzioni e l’ordine di salpare. Quando il treno col trasporto funebre arrivò in questa città, come ha riferito Florimo, l’entusiasmo della folla «giunse quasi al delirio», causando ritardo eccessivo, e, a notte inoltrata, un «conduttore della ferrovia» fu costretto a sollecitare la ripresa della corsa. Durante il viaggio, nelle stazioni di fermata prevista in orario, la gente che ne era a conoscenza accorreva «festante» e desiderosa di vedere quel trasporto straordinario.

Foto della nave Guiscardo nel porto di Napoli (agosto 1867)

Attraversata l’intera costa ionica, il «lungo treno» (così lo ha definito Florimo) arrivò a Reggio intorno alle dieci di giovedì 21 settembre, e i membri della Commissione, da immaginare assai stanchi, furono ospitati in un albergo chiamato “della Vittoria”.  Come a Torino, ci fu da aspettare un’intera giornata, e la Guiscardo, di cui è ignota l’ora di approdo nel porto, non era ancora giunta. Nel frattempo Florimo rimase assai contento e stupefatto constatando le meravigliose iniziative della città di Reggio per celebrare il glorioso autore di Norma. Ne restò sorpreso anche il principe Grimaldi, che dichiarò:

Io voglio augurarmi che la mia città natía, Catania, eguagli Reggio nelle simpatiche accoglienze a noi prodigate, nella splendida festa con cui volle solennizzare il passaggio delle ceneri di Bellini!

L’imbarco della bara, previsto per le ore dieci del 22 settembre, fin dalle sette attirò migliaia di persone nel porto. Lo storiografo di San Giorgio Morgeto, nel descrivere il trasferimento della cassa da una banchina su una scialuppa, per essere caricata sulla corvetta, ha omesso con puntini sospensivi un particolare tragicomico, che anche il biografo Antonino Amore ha tralasciato. Il piccolo mistero fu poi svelato a p. 279 dell’Omaggio a Bellini, nelle ultime righe qui riportate:

22 settembre 1876. – Alle ore 10.00 a. m. il feretro posto sovra un carro tirato da sei cavalli riccamente bardati, si dirige al porto.

          Il corteo passa sotto un bellissimo arco trionfale. Dalla stazione alla marina i balconi sono affollatissimi. Cade una vera pioggia di fiori.       

          Dinanzi all’imbarcatoio è scritto: Reggini – coronate di onori e di voti – Gli avanzi del divino catanese – Che la musica italiana – Seppe levare a infinito splendore – Nei patetici numeri – della Norma.

Le ultime cerimonie sono compiute. Una barca con ricca coperta di velluto, i cui rematori sono vestiti a lutto, s’approssima, e il feretro, che già stava, con grande trepidazione di tutti, per cadere in mare, viene in essa collocato e trasportato sulla pirocorvetta Guiscardo, la cui prora volge a Catania.

Foto dell’arrivo della Guiscardo nel porto di Catania (Da Omaggio a Bellini)

Sulla Guiscardo, che trovò mare tranquillo, e non ebbe necessità di navigare in fretta, viaggiò anche il sindaco, barone Luigi Palizzi, e la banda musicale di Reggio Calabria. Entrata nel porto di Catania «con la bandiera a mezz’asta e la prora abbrunata», la nave avanzò lentissima verso il punto d’attracco, e intorno alle 18.00, come raccontò De Roberto, venendo meno la luce del giorno,

[…] Si cominciò ad accendere i lumi. In 5 minuti il mare fu coperto di punti rossi vagolanti [termine allora in uso per “vaganti” – ndr].  Alle 6 ore e 10 si accesero i fuochi di bengala alla lanterna. Grandi fuochi di legna brillarono sulla costa e dall’alto del Salvatore, i razzi multicolori solcavano l’aere, le granate scoppiarono e i mortaletti [erano cartocci ripieni di polvere, che, accesi, scoppiavano con molto rumore – ndr] aggiunsero il loro fragore all’incantevole scena.

 

 

 

 

*Carmelo Neri è nato a Giffone (RC) e risiede a Motta Sant’Anastasia (CT). Laureatosi nel 1968 in Lettere Moderne presso l’Università di Messina con una tesi sul musicista Nicola Antonio Manfroce, è autore di numerose pubblicazioni su varie riviste e nei programmi di sala del Teatro Massimo di Catania. Ha svolto lunghe e appassionate ricerche sull’anzidetto compositore di Palmi e, soprattutto, su Bellini, di cui si è occupato nei seguenti lavori: Lettere di Vincenzo Bellini (1819-1835), 1991; Bellini e Giuditta Turina. Storia documentata di un amore infelice, 1998; Guida illustrata del Museo Civico Belliniano, 1998; Bellini morì di veleno? I diabolici intrighi del Pacini e della contessa Samoyloff, 2000; Caro Bellini… Lettere edite e inedite a Vincenzo Bellini, 2001; Vincenzo Bellini. Nuovo epistolario 1819-1835 (con documenti inediti), 2005; Bellini e la figlia dello zar. Fatti e misfatti della contessa Giulia von Pahlen Samoyloff, 2010; Rittrato biografico di Vincenzo Bellini, 2016; Lettere di Vincenzo Bellini a Francesco Florimo (1828-1835), 2022; Vincenzo Bellini. Memorie storiche e lettere allo zio Ferlito (In appendice: Il testamento di Francesco Florimo), 2025.